Prima che inizi la giornata: il protocollo del journaling
Quasi ogni mattina mi sveglio, preparo il caffè, scaldo il latte e accendo le “luci piccole” della sala.
La parete dietro al divano si tinge di un alone luminoso arancione. La piccola abat-jour sul tavolo di legno ne illumina la superficie. Un’ultima lampada, incastonata nel grande mobile, completa l’atmosfera: soffusa, raccolta.
È uno dei momenti in cui mi sento più legata alla mia casa.
Mi metto sul divano, con le ginocchia tirate verso il petto e la tazza di caffelatte caldo appoggiata in mezzo alle gambe. L’odore dolceamaro del caffè sale fino al naso.
Apro il mio quaderno.
Lo faccio anche quando non ho idea di cosa dirò, quando non sento alcuna urgenza di esprimermi.
Non è un modo di “svuotarmi”, quanto un modo di centrarmi nel presente e ritrovarmi.
Scrivendo, mi rendo conto di quanto tutto questo rispecchi uno degli ideali di Back to Journal: “Il journaling non salva le persone, le riporta a casa.”
Mi fa sorridere. È proprio così.
E quindi comincio a scrivere. Non seguo uno schema preciso.
Ma ci sono almeno 4 cose che cerco di non fare.
4 cose da evitare quando scrivi un diario
1 — non cominciare mai la pagina con la parola “ieri”.
Scrivendo al mattino, tendevo ad aprire raccontando gli aspetti più rilevanti della giornata precedente. Non è un male, e a volte lo faccio ancora.
Quello che mi sforzo di fare, però, è iniziare dal presente.
Mettere un’intenzione precisa: cominciare la giornata da ciò che sento ora.
Non c’è ieri, non c’è domani. Solo un gentile e gigantesco: come stai adesso?
2 — non farlo diventare un racconto descrittivo degli eventi.
Per molto tempo ho usato il diario come contenitore della “cronaca” della mia stessa vita.
Poi ho capito che non è tanto ciò che accade a voler essere ascoltato, quanto ciò che si muove dentro di te mentre accade.
È un po’ come nei sogni: non è la scena in sé a lasciarti un messaggio, ma la sensazione che ti rimane addosso al risveglio.
Da lì ho iniziato a usare il diario non per registrare fatti, ma per interpretare ciò che per me è importante.
3 — non scrivere come se qualcuno dovesse leggere.
Questo piccolo meccanismo mi ha tenuta lontano dal journaling per anni.
Siamo talmente abituati alla performance che fatichiamo a concederci uno spazio senza pubblico.
Tutto si è sbloccato quando ho iniziato a pensare: scrivi come se nemmeno tu dovessi mai più rileggere queste parole.
Scrivi come se, girata pagina, le avessi bruciate.
Concediti di sentirti persa, fragile, confusa, se è questo che sta emergendo.
Spesso è proprio lì che la creatività ricomincia a fluire.
4 — non cercare di essere coerente a tutti i costi.
Quando sento di aver esaurito un pensiero, metto un punto e traccio una piccola linea sotto.
Sotto quella linea c’è uno spazio nuovo.
Non deve avere nulla a che fare con ciò che viene prima. Posso cambiare argomento, contraddirmi, ribaltare tutto.
Una certa dose di incoerenza è necessaria al cambiamento.
Se rimanessimo sempre uguali a noi stessi, non avremmo spazio per evolvere come persone.
A volte non vedo alcun collegamento tra ciò che sta sopra e sotto la linea. Ma la me futura potrebbe.
C’è una versione di noi più consapevole, per la quale quei frammenti avranno un senso.
E forse saranno proprio il motivo per cui siamo arrivati fin lì.
Il journaling non registra la vita: aiuta a interpretarla
Per me, il journaling è l’arte di unire i puntini della propria vita.
Ogni giorno ci attraversa una quantità di stimoli enorme, ben oltre ciò che riusciamo a processare consapevolmente.
Anche quando pensiamo che “non succeda granché”, qualcosa si muove.
Il nostro cervello non distingue in modo così netto ciò che viviamo direttamente da ciò che vediamo o immaginiamo. Tutto lascia una traccia.
Ogni immagine, ogni conversazione, ogni pensiero è un segnale per il nostro sistema nervoso.
Unire i puntini: quando il journaling rivela una direzione
In mezzo a questo rumore, diventa fondamentale distinguere i segnali dai Segni.
I segnali sono il frastuono, la nebbia, ciò che ci distrae e ci stordisce.
I Segni, invece, sono quei puntini che nella vita siamo chiamati a unire.
Non sempre riconosciamo un segno nel momento in cui si manifesta.
A volte serve tempo. Ma con attenzione e intenzione, ciò che è significativo tende a riemergere.
Cosa succede quando rileggi il tuo diario nel tempo
Negli ultimi due anni, per esempio, ho scritto moltissimo sulla carriera e sul ruolo che voglio dare al Lavoro nella mia vita.
Rileggendo oggi alcune pagine, vedo un percorso che allora non era evidente.
Un concatenarsi di intuizioni che mi ha portata da “non ho idea di quali siano i miei talenti” a “voglio aiutare altri a orientarsi nel mercato del lavoro e credere in un futuro più umano”.
Qualche giorno fa ho aperto un nuovo profilo IG su queste tematiche.
Nella bio ho scritto “Work Culture Evolution”.
Mi suonava come qualcosa di già sentito, troppo giusto per non esistere.
Ho cercato. Non esisteva.
All’inizio mi ha spaventata. Poi ho sorriso.
Forse è solo un altro Puntino.
Non so ancora dove porterà, ma riconosco la direzione.
Questa non è una guida miracolosa in cinque step. È la mia esperienza.
E forse, per te che stai leggendo, può contenere un’intuizione.
Molte strade portano al journaling.
Alla Via della carta e della penna.
La mia non saprei dire dove sia cominciata esattamente.
Ero molto piccola e, per quel che ricordo, facevo tutte quelle cose che in questo articolo ho suggerito di non fare.
Però una cosa la so: scrivere è sempre stato un modo di processare, fare ordine, dare senso.
Alle volte sembra di non avere nulla da dire. Spesso, a dire il vero.
Poi cominci a scrivere e le parole sgorgano, proprio come acqua da una sorgente, con sempre maggiore facilità.
E rileggendo potresti stupirti della consapevolezza di cui sei stato capace.
Forse è proprio così: il journaling è quello che succede quando non stai a controllare, giudicare, censurare quello che sei e ciò che provi.
Io ho sempre sentito un grande bisogno di questo spazio sospeso in cui è sufficiente essere.
Può darsi che per te sia lo stesso.
Le domande di journaling da cui potresti partire
Se dovessi ricominciare oggi con il journaling, mi farei ancora queste domande:
Perché desideri quello che desideri?
Cosa racconta di te il modo in cui reagisci a ciò che ti succede?
Come ti comporteresti se avessi già quello che desideri?
Cosa ti appesantisce?
Quali vantaggi stai proteggendo anche quando dici di voler cambiare?
Quali sono le cose che ti riescono in modo naturale?
Il journaling come atto quotidiano di consapevolezza
Queste però sono solo domande vuote.
A meno che non alleniamo la nostra consapevolezza a scovare le risposte ogni giorno, nelle piccole e grandi cose che ci accadono.
È qui che entra in gioco il journaling.
Uno strumento di consapevolezza potente, che ci permette di assistere alle nostre evoluzioni (e rivoluzioni!) con presenza e gentilezza.
I momenti di buio sono inevitabili, fisiologici direi.
Ma avere Carta, Penna e Consapevolezza come alleati fa tutta la differenza.
Che il tuo viaggio nel journaling sia appena cominciato o non si sia mai interrotto,
ti auguro buon vento!
India