Come la scrittura mi ha aiutata ad affrontare il trauma di un abuso infantile

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Si parla spesso di come la scrittura sia una sorta di terapia, ma è vero? Serve realmente scrivere? E in che modo la scrittura può aiutare?

Da bambina sono stata vittima di abusi da parte di un vicino di casa. La mia famiglia non è stata in grado né di aiutarmi a superare il trauma né di starmi vicino nel modo giusto; anzi, in realtà mi è stato proibito di parlarne, come se nulla fosse accaduto.

Questa imposizione al silenzio ha fatto sì che, per esprimermi, io iniziassi a utilizzare la scrittura.

Scrivere mi faceva stare bene. Ogni volta che scrivevo, mi sentivo libera di esprimere i miei sentimenti, cosa che non potevo fare a parole. 

Era come se, scrivendo, un pezzo del mio dolore uscisse da me per imprimersi sulla carta.

Col tempo ho imparato a usare la scrittura non solo per mettere in ordine i miei pensieri, ma come un vero e proprio strumento per rielaborare le esperienze e dare loro un senso.

Scrivevo quando stavo male, ma anche quando stavo bene, per prendere consapevolezza delle mie emozioni. 

Entravo in contatto con me stessa e cercavo di arrivare alla radice.

Come la scrittura mi ha aiutata a superare il trauma dell’abuso infantile

Ma andiamo nel pratico: come mi ha aiutata a superare il trauma dell’abuso infantile?

Premetto che sono stata in psicoterapia per molti anni e ho abbinato la scrittura alla terapia, sia per documentare il mio percorso sia per avere un’idea chiara di ciò che stavo apprendendo.

Quando ho iniziato a scrivere, lo facevo soprattutto attraverso pagine di diario, dove raccontavo gli eventi della mia giornata e come mi sentivo: arrabbiata, triste, felice, ecc.

Poi lo scrivere è diventato qualcosa di più potente.

Man mano che crescevo, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse fondamentale per me dare un nome alle emozioni. 

Non era più solo un raccontare fine a sé stesso, ma un prendere le distanze dal trauma, trasformando un’esperienza caotica in qualcosa che si poteva raccontare e, soprattutto, gestire, dandomi un sollievo immediato.

I benefici scientifici della scrittura espressiva secondo James Pennebaker

Ricerche scientifiche confermano che la scrittura può avere effetti terapeutici

James W. Pennebaker, socio-psicologo americano e padre della scrittura espressiva (in inglese, expressive writing), aveva condotto una ricerca invitando i partecipanti a scrivere per 15-20 minuti al giorno, per 3-4 giorni consecutivi, sui propri sentimenti riguardo a esperienze dolorose.

I risultati furono: miglioramento dell’umore, riduzione dello stress, diminuzione dei sintomi fisici (perché lo stress cronico soppresso indebolisce il sistema immunitario) e psicologici, miglioramento della memoria, ecc.

Sono stati fatti inoltre studi su come la scrittura autobiografica aiuti a integrare ricordi frammentati, soprattutto quelli dovuti a traumi infantili, e su come contribuisca a ridurre i sintomi di stress post-traumatico e depressione.

Per me fu lo stesso. Scrivere mi aiutava a guardare il problema da un punto di vista differente e quindi riuscivo, in qualche modo, a vederlo sotto un aspetto che, mentre lo tenevo dentro, non riuscivo a cogliere.

Così iniziai a scrivere la mia biografia. Cominciai dall’infanzia, il periodo più traumatico per me, il periodo in cui la mia anima si era interrotta. 

Mi sono resa conto che i ricordi, anche quelli che pensavo di aver rimosso, riaffioravano come un fiume in piena.

Non nego che ricordare sia stato doloroso, ma è stato necessario, perché mi ha permesso di prendere consapevolezza e di vedere gli eventi in un contesto differente, dando finalmente un senso e un significato al dolore che provavo.

Questa biografia, alla fine, si è trasformata in un libro dal titolo “Anime interrotte”, che ho pubblicato per aiutare le persone a trasformare le ferite in consapevolezza.

Perché scrivere il trauma è un atto d’amore verso sé stessi

La scrittura è il momento della verità, è il momento dove puoi essere te stesso senza paura del giudizio degli altri, dove puoi raccontare quei segreti che non hai il coraggio nemmeno di ammettere a te stesso.

Il trauma vive nel silenzio. Raccontare la propria storia è il primo atto d’amore verso noi stessi, perché significa fare uscire il dolore, passare da vittime a responsabili

E la differenza è fondamentale: quando sei vittima sei in balia di quello che ti succede o di quello che ti viene detto; quando sei responsabile hai il totale controllo sulla tua vita, sei tu a decidere se un evento può farti del male o no.

Non possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere il significato da dare a ciò che ci è accaduto.

Trovare un significato nel dolore grazie alla scrittura

Responsabilizzarci significa vedere il problema o l’emozione e decidere quale insegnamento vogliamo cogliere da quell’esperienza, perché se ci pensiamo bene ogni cosa ha due aspetti: uno negativo e uno positivo.

Alle volte la parte positiva è così nascosta che si fa fatica a trovarla, altre volte è più semplice da vedere, ma in ogni caso c’è sempre.

Facciamo un esercizio pratico: ricorda un evento della tua vita che per te è stato negativo o traumatico e cerca, concentrandoti bene e senza arrenderti subito, un vantaggio – qualsiasi esso sia.

Può essere che ce ne siano tanti o uno solo, ma se ci concentriamo su quel singolo aspetto positivo invece che sul problema, alla fine staremo meglio.

Allenare lo sguardo: trovare il vantaggio anche nel dolore

La scrittura ha anche questo compito: rendere più chiaro l’insegnamento che un evento, anche e soprattutto traumatico, può avere per te.

Io di solito coi miei figli faccio un gioco che si chiama “il vantaggio”: quando uno di loro ha un problema lo dice, e poi ogni partecipante deve trovare almeno un vantaggio di quel problema.

Per esempio: «Ho preso un brutto voto a scuola». Qual è il vantaggio di aver preso un brutto voto? Prova tu a dirne almeno tre.

Questo gioco nasce da un esercizio che facevo io con la scrittura: scrivevo il problema e poi, a fianco, elencavo tutti i vantaggi, tutti gli insegnamenti positivi che quel problema portava nella mia vita.

Scrivere serve a vedere ogni aspetto della vita, a imparare che ogni cosa non è mai solo buona o solo cattiva, allena alla consapevolezza e alla positività e soprattutto ti permette di vedere il problema non solo come un ostacolo da affrontare, ma come un’opportunità nascosta nell’esperienza.

Avrei potuto vivere nella rabbia e nel rancore, incolpando tutti per il dolore che mi avevano causato, ma ho deciso di scegliere di essere felice non per gli altri, ma per me stessa, perché le emozioni negative sono dannose per la nostra anima.

Il presente è l’unico luogo in cui possiamo guarire

Quello che ci fa soffrire è o un ricordo passato o il pensiero di quello che succederà, ma sono cose che non esistono: il passato non torna e il futuro è solo un pensiero, una supposizione che non saprai mai come sarà in realtà.

Ci perdiamo in queste due dimensioni e ci dimentichiamo di vivere il momento, perché in ogni istante pensiamo a ciò che ci è successo («l’altra volta mi è successo quello, quindi questa volta faccio questo») oppure a ciò che deve ancora accadere («quando succederà questa cosa farò quest’altra», «quando avrò questo allora potrò avere quest’altro», ecc.).

Siamo proiettati costantemente nel passato o nel futuro e non pensiamo che, in questo esatto preciso momento, la nostra vita è perfetta.

Eppure, per tanti anni, ho vissuto convinta che la mia vita fosse rovinata per sempre, che il trauma avesse segnato un prima e un dopo insuperabile.

Poi ho capito: non è l’evento a definirci, ma il modo in cui continuiamo a raccontarlo a noi stessi.

Non è quello che ci succede a definirci, ma la storia che scegliamo di raccontare

La scrittura mi ha insegnato proprio questo: a smettere di ripetere la stessa storia dolorosa e a iniziarne una nuova, non negando ciò che è accaduto, ma scegliendo quale peso dargli. 

Non si tratta di dimenticare, né di perdonare per forza chi non lo merita. Si tratta di smettere di lasciare che il passato rubi il presente.

Ogni volta che prendo in mano una penna (o apro un file vuoto sul computer), mi ricordo che ho ancora il potere di decidere:

  • Posso rivivere il trauma come una condanna eterna,
  • oppure posso trasformarlo in un capitolo, doloroso, sì, ma chiuso, di una storia molto più grande, quella di chi sono diventata nonostante tutto.

E tu? Qual è la storia che stai raccontando a te stesso in questo momento?

Se senti che le parole ti pesano dentro, se il silenzio ti sta soffocando, prova.

Non devi scrivere un libro, non devi essere bravo, non devi far leggere niente a nessuno.

Basta un foglio, cinque minuti, e la sincerità di dire: “Oggi sto male per questo… e va bene dirlo”.

Scrivere non cancella le ferite. Le rende gestibili, le rende, alla fine, parte di te.

Spero tanto che troverai il coraggio di impugnare una penna e liberare le tue emozioni.

È arrivato il momento per essere felici.

Ti auguro tutto il meglio,

Roberta

Scrittrice & Blogger

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